La cupola

1. La cupola. Inaugurata il 6 novembre 1622, è puro disegno ed eletta opera di Carlo Maderno. Misura m. 16.61 di diametro e m. 71.76 dal pavimento della basilica sino dove posa la croce con la stella di bronzo. Dopo quella di San Pietro, è la più grande di Roma. Esternamente si eleva sopra un tamburo ottogonale in cui colonne dai capitelli ionici sorreggono un cornicione rientrante in corrispondenza delle finestre. Queste sono sormontate da timpani alternativamente triangolari e curvilinei. Sopra una seconda cornice è impostata la volta, divisa da costoloni rigorosamente tesi, tra i quali si vedono otto finestrelle cieche con cimase angolari e curvilinee e, più in alto, otto occhi con cornici a conchiglia. Anche il lanternino presenta altretante finestrelle, lunghe e strette, separate da doppie colonnine. Di raffinata originalità sono i capitelli di un ordine tutto particolare, perchè recano, nelle colonnine binate, un cherubino che forma con le ali come una voluta. Sono dovuti al Borromini che, nel 1621, lavorava come scalpellino con il Maderno.

2. L’affresco di Giovanni Lanfranco. Nell’interno, la cupola poggia su i quattro poderosi piloni della crociera e sugli archi che li collegano, formando quattro peducci triangolari su cui corre la rotonda cornice del tamburo. Ivi a fondo d’oro, in finto mosaico, si legge:

ANDREAS CHRISTI FAMULUS GERMANUS PETRI ET IN PASSIONE SOCIUS.

Il tamburo diviso da doppi pilastri scanalati, tra i quali si aprono le finestre, è priva di decorazione scultorea. In alto, si stende il celebre affresco del Lanfranco, già allogato al Domenichino, eseguito dal 4 agosto 1626 al 9 febbraio 1628, raffigurante la Gloria celeste in cui la Vergine Assunta, dal trono di nubi retto dagli angeli, si volge all’alto ove Cristo l’attende. S. Andrea presenta al Salvatore il suo omonimo Andrea Avellino, genuflesso. Dall’altro lato, s. Pietro raccomanda s. Gaetano Thiene. Più là sono Adamo ed Eva e molti Santi. Intorno, i cori dei Padri, dei Profeti, dei Martiri, delle Vergini, dei Cherubini, salgono verso la luce ove Cristo regna.

“Uno dei momenti più alti della storia dell’arte è rappresentato dalla decorazione della cupola della chiesa di Sant’Andrea della Valle, eseguita da Giovanni Lanfranco. Nella cupola il pittore, arrivato da Parma e allevato alla scuola di Annibale Carracci realizza, tra il 1623 e il 1628, il suo capolavoro e il primo esempio d’illusionismo barocco, portando il cielo dentro la chiesa, grazie ad un vorticoso moto rotatorio delle figure librate nell’aria e a una forte vibrazione di luce che si accende di toni dorati e dà allo spettatore la sensazione di un rapimento statico.”

(Lauretta Colonnelli, in Il Corriere della Sera, 16 marzo 2002, p. 57.)

3. I pennacchi del Domenichino. Eseguiti nel periodo dicembre 1622- febbraio 1628, in cui il Domenichino affrescò anche la volta dell’abside, questi quattro peducci contengono, con grande armonia compositiva, i quattro Evangelisti. San Matteo, pensoso gigante, le gambe a cavalcioni, il mento sulla mano, regge il suo libro nella sinistra puntato contro il fianco. A manca, un angelo (simbolo dell’evangelista) sostiene la croce; un altro gli addita una tavola retta da un angioletto; un terzo, sotto i piedi, stende un rotolo intorno ad una culla. San Giovanni, giovane rapito in estasi, siede sulle nubi, a cavalcioni dell’aquila (simbolo dell’evangelista) e a destra un angelo gli regge il libro, su cui è per scrivere, mentre un altro, nel lato opposto, offre alla sua penna il calamaio. Porge un putto la fiaccola; sotto, due altri si abbracciano. San Luca è un vecchio barbuto, che a due mani, sedendo avvolto in un grande mantello sul dorso del toro (simbolo dell’evangelista), svolge un rotolo ove è scritto

FUIT SACERDOS.

A destra un angelo mostra il ritratto della Madonna; sotto, due altri reggono la mitra e il bàlteo sacerdotali. San Marco, vecchio assorto, puntando sulle gambe il torso, seduto di tre-quarti a sinistra, con un ampio volo del manto intorno al busto, legge in una tavola. A sinistra è l’angelo con l’insegna bianca rossocrociata; più sotto è il leone (simbolo dell’evangelista). I pregi del Maestro, dagli emuli convertiti in difetti, furono apprezzati ed esaltati dai posteri che salivano sul cornicione per studiare e copiare più da vicino gli originali. A testimonianza di ciò sono le numerose firme, iscrizioni oppure graffiti, segnati sul intonaco del tamburo fin dove raggiungibile dagli artisti, già da Ottaviano Caroselli inventariati nel 1907. Tra quelli riportati dal Caroselli aggiungiamo la firma del GOYA, casualmente scoperta il 15 aprile 1999 dal p. Francesco Gil Alvarez, C. R.